"Un'ora con Hermann Hesse"
di Paolo Petrucci
Anche Thomas Mann bussò a quella porta. Perché non dovremmo farlo noi? Le attuali condizioni del nostro vivere quotidiano e i tanti perché sulla nostra esistenzialità, spesso trovano risposte e condivisioni nelle tematiche di Hermann Hesse, quasi fosse fisicamente ancora tra noi, per consigliarci con una buona parola, con fraterna amicizia.
J. S. Bach, W. A. Mozart e S. Rachmaninov, sono titani della musica che non hanno bisogno di essere qui commentati.
Hermann Hesse, nel suo ultimo grande romanzo ‘Il gioco delle perle di vetro’, cita spesso questi due grandi geni della musica. Per quanto riguarda Rachmaninov invece, è stato inserito a giustificare il contesto religioso in atto, allora come oggi, tra oriente e occidente. La canzonetta da ‘balera’ “Suona chitarra”, che introduce e chiude l’evento, sembra sia fuori luogo, e una forzata stonatura. In effetti lo sarebbe, se inserita in altro contesto. Considerando il romanzo ‘Il lupo della steppa’ invece, si vede qui giustificata e simbolicamente lineare al fantastico ‘Teatro Magico solo per Pazzi’ descritto in questo lavoro di Hermann Hesse. Un esempio di risposta, questa, come dicevamo, alle lacerazioni che la musica cosiddetta ‘leggera’e ‘jazz’, ha provocato negli animi più puri della musica ‘colta’.
Gli altri brani, sono canti musicati da Paolo Petrucci su testi di alcune poesie di Hermann Hesse ad eccezione del testo del canto ‘Gioia’. La musica che fa da supporto al segmento dedicato alle tematiche indiane, è una registrazione dell’Hindustan, un brano classico dell’India, affidata a tre strumenti: sitar, flauto e tabla.
Infine qualche accenno tecnico. Le musiche di Mozart, di Bach, di tutti i canti eseguiti in questo evento e alcuni effetti sonori elettronici inseriti direttamente nel corso delle letture sono prodotti, tramite una tastiera, dal processore musicale S3 della GEM (Generalmusic), mentre il computer con l’inserimento di una scheda audio esterna serve qui come semplice riproduttore.
Ordine sequenze:
· DEL SARTO – RANGONE “SUONA CHITARRA”
· dal “LUPO DELLA STEPPA”
…Prese Erminia che tra le sue dita rimpicciolì riducendosi a una figurina da gioco e se la infilò in quel taschino dal quale aveva fatto uscire la sigaretta. Il fumo greve e dolciastro aveva un aroma piacevole e io mi sentii svuotato e pronto a dormire un anno intero.
Comprendevo tutto, capivo Pablo, capivo Mozart, udivo dietro a me la sua risata paurosa, sapevo di avere in tasca le centomila figure del gioco della vita, ne intuivo commosso il significato, avevo voglia di ricominciare il gioco, di assaporarne ancora una volta i tormenti, di rabbrividire ancora una volta della sua stoltezza, di ripercorrere molte e molte volte l'inferno del mio cuore.
Un giorno avrei giocato meglio il gioco delle figurine. Un giorno avrei imparato a ridere. Pablo mi aspettava. Mozart mi aspettava.
· W. A. MOZART: SONATA N°12 K 332 Adagio I^ parte
· dalla fiaba “IL BEL SOGNO”
…Alla natura, però, è del tutto indifferente ciò che noi ne pensiamo e, per quanto riguarda il talento, è davvero disponibile in tale quantità, che i nostri artisti tra poco non avranno che colleghi e non più pubblico.
· J. S. BACH: TRE PRELUDI, In RE minore e in DO maggiore
· HINDUSTAN ‘PURYA KALYAN’
· da “VIAGGIO IN INDIA”
…La mia via verso l’India non passava per navi e ferrovie ma attraverso magici ponti che dovetti io stesso trovare. Dovetti anche cessare di cercare laggiù, la soluzione dell’Europa, cessare di avversare l’Europa dentro di me e fare della vera Europa e del vero Oriente, un’unica cosa nel mio cuore e nel mio spirito, e ci vollero ancora anni e anni, anni di dolore, di inquietudini, di guerra, di disperazione.
· HINDUSTAN ‘PURYA KALYAN’
· da SIDDHARTA
...”Chinati verso di me!” sussurrò piano all’orecchio di Govinda. “Chinati verso di me! Così, ancora più vicino! proprio vicino! Baciami sulla fronte. Govinda!”.
Mentre Govinda obbediva alle sue parole, meravigliato, eppure attratto dal grande amore e da una specie di presentimento, e si accostava a lui e gli sfiorava la fronte con le labbra, gli accadde qualcosa di meraviglioso: Non vide più il volto del suo amico Siddharta, vedeva invece altri volti, molti, una lunga fila, un fiume di volti, centinaia, migliaia di volti, che tutti venivano e passavano, ma pure apparivano anche tutti insieme, e tutti si mutavano e rinnovavano continuamente, eppure erano tutti Siddharta.
Vide dèi, vide Krishna, vide Agni - vide queste immagini e questi volti mescolati in mille reciproci rapporti e tutte queste immagini e questi volti giacevano, fluivano, si generavano, galleggiavano e rifluivano l'uno nell'altro, e sopra tutti v'era costantemente qualcosa di sottile, d'impalpabile, eppure reale, come un vetro o un ghiaccio sottilissimo, interposto, come una pellicola trasparente, un guscio o una forma o una maschera d'acqua, e questa maschera sorrideva, e questa maschera era il volto sorridente di Siddharta, che egli, Govinda, proprio in quell'istante sfiorava con le labbra. E, così parve a Govinda, questo sorriso della maschera, questo sorriso dell'unità sopra il fluttuar delle forme, questo sorriso della contemporaneità sopra le migliaia di nascite e di morti, questo sorriso di Siddharta era appunto il medesimo, era esattamente il costante, tranquillo, fine, impenetrabile, forse benigno, forse schernevole, saggio, multirugoso sorriso di Gotama, il Buddha, quale egli stesso l'aveva visto centinaia di volte con venerazione. Così - questo Govinda lo sapeva - così sorridono i Perfetti.
· HINDUSTAN ‘PURYA KALYAN’
· da SIDDHARTA
Senza più sapere che cosa fosse il tempo, senza più sapere se questo brivido fosse durato un secondo o un secolo, senza più sapere se esistesse un Siddharta, o un Gotama, un Io o un Tu, ferito nel più profondo dell'anima come da una saetta divina, la cui ferita fosse tutta dolcezza, affascinato e sciolto nell'intimo suo, Govinda rimase ancora un poco chinato sul tranquillo volto di Siddharta, che aveva giust'appunto baciato, ch'era stato giust'appunto teatro di tutte quelle immagini, di tutto quel divenire, di tutto quell'essere. Il volto era immutato, dopo che la profondità delle mille rughe s'era di nuovo chiusa sotto la sua superficie, ed egli sorrideva tranquillo, sorrideva dolce e sommesso, forse molto benignamente, forse molto schernevole, esattamente com'egli aveva sorriso, il Sublime.
Profondamente s'inchinò Govinda, sul suo vecchio viso corsero lacrime, delle quali egli nulla sapeva, come un fuoco arse nel suo cuore il sentimento del più intimo amore, della più umile venerazione. Profondamente egli s'inchinò, fino a terra, davanti all'uomo che sedeva immobile e il cui sorriso gli ricordava tutto ciò ch'egli avesse mai amato in vita sua, tutto ciò che nella sua vita vi fosse mai stato di prezioso e di sacro.
· HINDUSTAN ‘PURYA KALYAN’
(tema pianistico)
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S. RACHMANINOV “NINE
OTPUSHCHAYESHI” (Nunc dimittis) dai Vespri OP.37
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(Cantico di Simeone: ‘Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del Tuo popolo, Israele.)
· dal “LUPO DELLA STEPPA”
…La maggior parte degli uomini non vuol nuotare prima di saper nuotare". Certo che non vogliono nuotare. Sono nati per la terra, non per l'acqua. E naturalmente non vogliono pensare: infatti sono nati per la vita, non per il pensiero. Già, e chi pensa, chi concentra la vita nel pensiero può andare molto avanti, è vero, ma ha scambiato la terra con l'acqua e a un certo momento affogherà.
Il brav'uomo rimase perplesso, fece qualche protesta, ricordò ancora quanto erano state belle e interessanti le nostre conversazioni di una volta, disse persino che le mie ipotesi su Mithra e Krishna gli avevano fatto molta impressione allora e aveva sperato che oggi … e così via. Lo ringraziai dicendo che le sue parole erano molto gentili, ma che non avevo purtroppo alcun interesse per Krishna e nessuna voglia di discorrere di scienza, che quel giorno stesso avevo mentito più volte, così per esempio non era vero che ero in città da alcuni giorni ma da parecchi mesi, che però vivevo solo e non ero più adatto a presentarmi in case perbene, poiché prima di tutto ero sempre di pessimo umore e sofferente di artrite e in secondo luogo per lo più ubriaco.
Poesia:
“Ebbro, di notte, sto nel bosco areato,
Rami canori ha roso già l’autunno.
Corre in cantina l’oste
Ad empire la mia bottiglia vuota.
Domani la pallente morte in corpo
Mi caccerà la falce tintinnante,
Da un pezzo so che spia,
Che la truce nemica sta in agguato.
Io per schernirla canto a tarda notte,
Balbetto la canzone nel bosco stanco;
Rido alle sue minacce:
Cantare e bere, ecco la mia ragione.
Molto ho fatto e sofferto, nei miei viaggi,
Ed ora è sera; bevo e sto aspettando
Fin che la lustra falce
Mi stacchi il capo dal mio cuore in pena.”
· dagli appunti di HERMANN HESSE
…In questo giorno, su questa pagina del variopinto libro della mia vita, vorrei riuscire a scrivere una parola, una parola come “mondo” oppure “sole”, una parola piena di magìa e di radiosa forza, di suono di ricchezza, più densa che mai, una parola che avesse il senso di un totale compimento, di una totale comprensione.
Poi questa parola mi è venuta in mente, il simbolo magico di questa giornata, la scrivo in grande su questa pagina: MOZART. Questo significa che il mondo ha un senso, e questo senso è intuibile grazie all’immagine della musica.
· MOZART SONATA N° 12 K 332. Adagio II^ parte
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P. PETRUCCI “NOTTE SOLITARIA”
·
DEL SARTO – RANGONE “SUONA
CHITARRA”
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